Intervista allo scrittore Boris Pahor: 107 anni di resilienza!


Il giorno 15 maggio, in videoconferenza tra noi e con l’aiuto del maestro Marco Bertoldi, abbiamo intervistato lo scrittore Boris Pahor. 
L’idea è nata dalla nostra docente di Lingua Tedesca, Frau Baraldi, che ha pensato all’opportunità di arricchire la didattica a distanza con un intervento di qualità. Ha scelto Boris Pahor per l’indiscutibile altezza della sua produzione letteraria che gli è valsa tutti i premi di cui è stato insignito. “Necropoli”, che ci ripromettiamo di leggere quando saremo più grandi, non è solo opera magistrale della letteratura dello sterminio, ma un autentico capolavoro del Novecento, giustamente candidato al Premio Nobel. Tuttavia Frau Baraldi ha desiderato tanto avvicinare Pahor a noi adolescenti soprattutto come simbolo della memoria, della forza di non soccombere al male inaudito e della solidarietà difronte all’abisso in cui è stata gettata la fiducia nella dignità umana. 
Noi gli abbiamo rivolto alcune domande. Ha risposto subito al telefono, segretario di se stesso e ci ha intrattenuti ininterrottamente per più di un’ora. Prossimamente allegheremo a questo articolo anche la registrazione audio dell'intervista.
Innanzitutto lo abbiamo ascoltato parlare della Spagnola, che ha vissuto personalmente attraverso la perdita della sorellina di soli quattro anni. Gli abbiamo chiesto cosa ritiene si possa aver imparato dall’attuale pandemia e dal lockdown. Pahor ha citato subito la percezione della superbia dell’uomo che ha pensato per secoli di poter distruggere la natura a suo piacimento e che ora avverte la sua grande precarietà. Ci ha suggerito di leggere la “Peste “ di Albert Camus, quando saremo più grandi, e ci ha fatto lo spelling in diretta del cognome dello scrittore francese. 
Poi gli abbiamo raccontato che a scuola studiamo due lingue straniere, ma che a casa molti di noi usano il friulano, che per anni è stato accantonato con il timore che ostacolasse l’apprendimento dell’italiano. Gli abbiamo chiesto cosa possa significare per una comunità il divieto di usare la propria lingua madre, pensando alla sofferenza della comunità slovena per l’italianizzazione forzata, l’assimilazione coatta, la soppressione delle scuole con l’avvento del fascismo e la distruzione della Casa di Cultura Slovena a Trieste nel 1920. Pahor ha sottolineato il valore della lingua madre, e ci ha invitati a salvaguardare con forza il friulano nelle scuole, non come dialetto di minoranza, ma come lingua, espressione dell’identità più autentica di un popolo.
A Pahor, simbolo della resistenza, di cui tutta la sua vita è l’inno, abbiamo chiesto cosa significa “resistere” oggi. Ci ha invitati a essere meno egoisti, ad essere attenti ai bisogni delle classi più deboli, di chi soffre, ad essere più buoni con chi ci sta vicino, a lottare per la difesa dell’ambiente. 
La nostra intervista è terminata solo perché il tempo è tiranno, ma non certamente perché il prof. Pahor accusasse stanchezza o avesse perso la sua incredibile vitalità e la voglia di raccontarsi! Non riuscivamo a capacitarci di tanta forza e determinazione! Con una voce fioca, a volte di difficile percezione, impaurito che il tempo possa scolorire l’enormità di un male, lo scrittore ha continuato imperterrito ad invitarci a leggere i suoi articoli, in cui rimprovera ancora agli italiani di non aver saputo guardare con sufficiente severità alle tragedie che il totalitarismo fascista ha provocato in Italia e a Trieste in particolare. 

Alla fine ci siamo congedati da questo “gigante” con emozione, gratitudine e un forte abbraccio virtuale. 

Un abbraccio lungo quasi 107 anni!

Buona vita, prof. Pahor!

 

 

Eleonora Peressini, Roberta Nardone, Ludovica Rosso, 

Chiara Coletti, Lorenzo Vit , 

Filippo Bulfone e Frau Baraldi